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Sandrin (CFA Society): il fund selector è centrale anche con architetture più chiuse

04 March 2020

Sandrin (Cfa Society): il fund selector è centrale anche con architetture più chiuse

Oggi circa il 4% delle masse gestite è in advisory, numeri che sono stimati in crescita all’11% entro i prossimi tre anni. In quest’ultimo caso la selezione è ancora più meticolosa, soprattutto alla luce di quanto imposto dalla Mifid 2.

Tra nuove dinamiche di mercato, normative e tecnologiche, il mondo del risparmio gestito sta diventando sempre più complesso e sfidante. Proprio per questo la figura del "selezionatore di fondi" è destinata a diventare sempre più centrale. 

Citywire Italia ne ha parlato con Giancarlo Sandrin, presidente del board di Cfa Society Italy dal 2016. E', inoltre, country head Italia per i mercati wholesale & retail di Legal & General IM.

Tracciando una distinzione tra sgr, banche e reti di consulenza finanziaria, come si caratterizza oggi la figura del fund selector in Italia?

La figura del fund selector sta prendendo sempre più piede in Italia. C’è sempre più l'esigenza di una fund selection che non sia unicamente finalizzata alla selezione di prodotti per classici fondi di fondi, gestioni patrimoniali e white label, ma anche per i portafogli di advisory, cioè i portafogli modello fatti con prodotti di terzi. Le sgr tendenzialmente lavorano con un approccio istituzionale, dove spesso la selezione non si limita al fondo, ma anche al potenziale gestore per la gestione di un mandato all’interno di un fondo (subadvise) distribuito dalla stessa sgr sul proprio network. Per le banche, invece, il lavoro è differente se si parla di gestioni patrimoniali, dove le logiche sono in parte simili alle sgr, mentre nella parte di advisory si tende a limitare il numero di case con cui lavorare proprio per il carattere di collocamento retail legato al servizio. Molto spesso entrano, inoltre, in gioco logiche commericali e di accordo con le case terze. Un ultimo settore è quello delle assicurazioni, dove esiste una figura di fund selection che valida i prodotti all’interno dei fondi interni delle unit linked e nella parte di fondi esterni. Qui, in molti casi, rientrano in gioco alcune delle logiche legate all’advisory delle banche.

Quanti sono i fondi che in Italia un fund selector si trova a dover prendere in considerazione?

Ci sono circa 3.000 fondi che possono entrare nel radar dei fund selector italiani, gestiti da circa 300 differenti case di asset management. Non sono necessariamente tutti fondi “attivamente” commercializzati sul mercato, ma anche stimando circa 200 case attive e 2.000 fondi, il numero di case e prodotti da valutare rimane comunque molto altro.

Il ritorno ad architetture sempre più chiuse che impatto può avere sui fund selector?

L’attività di fund selection, anche se si parla di sempre maggiore chiusura delle architetture, continua a essere centrale, perché vanno fornite sempre soluzioni nuove. Periodicamente i fund selector operano un rimescolamento delle case di gestione, quindi le case selezionate, seppur in numero minore rispetto a un tempo, non sono scolpite in eterno sulla pietra.

Quella del fund selector è una figura destinata a cambiare in base a nuove sfide e opportunità?

Sono sempre di più le case prodotto che si presentano con la loro offerta e, proprio per questo, bisogna riuscire a capire il valore all’interno dei singoli prodotti, passando da uno screening quantitativo a uno qualitativo. Le cosiddette “black box” non si possono più avere o, se succede qualcosa sul mercato, non si capisce poi come si sia realmente comportato il portafoglio.

Ci sono temi/asset class cui, a suo avviso, oggi i fund selector italiani stanno prestando particolare attenzione o dovrebbero?

Senza dubbio i temi Esg. Bisogna capire effettivamente quale approccio Esg la casa o il team di fund selector vuole adottare, perché ognuno ha una sua idea. Ci devono essere linee guida chiare. Importante è anche il tema della active ownership. Non dimentichiamo anche i problemi di greenwashing quando la definizione dei criteri Esg non si basa su fattori chiari e oggettivi. E’, infine, importante non fermarsi al solo scoring Esg, senza spingere per cambiamenti con le attività in assemblea e con incontri con i board (active stewardship).

Che ne pensa dei prodotti illiquidi stanno prendendo sempre più piede e che alcuni player stanno provando a “democratizzare”?

I fund selector dovranno valutare la questione in maniera attenta. E' responsabilità del gestore che i prodotti illiquidi non ricoprano una percentuale eccessiva del portafoglio e, quando vengono collocati al retail, va appurato se il prodotto sia in linea con le caratteristiche del cliente. L’illiquido, qualsiasi cosa accada, può essere vincolato per 8-10 anni. Il cliente, questo, non deve dimenticarlo.

In una sua recente intervista, lei ha detto che l’attività di advisory sta prendendo sempre più piede e che questo avrà un impatto sull’attività di selezione dei fondi. Può spiegarcela meglio?

È una funzione che nei prossimi 5/10 andrà incontro a cambiamenti, collegati a due aspetti: da un lato il tema della tecnologia, che andrà a supportare l’advisory di fascia medio-alta, e dall'altro il maggior valore aggiunto. L’advisor oggi non è solo più solo un relationship manager, ma sempre di più un coordinatore che è in grado di interagire con varie le funzioni all’interno della banca. Solo così le varie reti potranno assicurarsi un certo tipo di profittabilità. Ad oggi Prometeia stima che circa il 4% delle masse gestite sia in advisory, numeri che la survey porta in crescita all’11% entro i prossimi tre anni. In quest’ultimo caso la selezione è ancora più meticolosa, in quanto la normativa Mifid sulla product suitability per i prodotti collocati agli investitori retail è ancora più attenta e stringente.

Source: Citywire - Francesco Colamartino - https://citywire.it/news/sandrin-cfa-society-il-fund-selector-e-centrale-anche-con-architetture-piu-chiuse/a1330856?ref=international-italy-latest-news-list